Intervista per Padre Michele Critani

Intervista per Padre Michele Critani, Dehoniano

Da parte di Mons. Angelo Massafra OFM
Arcivescovo Metropolita di Scutari-Pult


Presidete della Conferenza Episcopale Albanese
Scutari 2014

Sono nato a San Marzano di S. Giuseppe in Provincia di Taranto, una delle tante comunità arbëreshë d’Italia e, pertanto, le mie origini sono albanesi per tradizioni, lingua e costumi.
Sono cresciuto e mi sono formato nella spiritualità francescana presso i Frati Minori della Provincia Jonico Salentina dei Frati Minori con un percorso comune per le famiglie religiose che è quello del noviziato a Galatone (Le), della formazione teologica (Lecce), della Professione religiosa e l’Ordinazione sacerdotale.
Ho esercitato il mio ministero principalmente come formatore nel nostro seminario, con i postulanti a Manduria (Ta) e nello studentato teologico di Castellaneta (Ta), dal quale sono partito per l’Albania nel 1992 non appena la situazione politica lo ha permesso. Ho così potuto realizzare quel che da sempre sognavo: essere missionario in Albania, la terra delle mie origini.
Anche in Albania ho lavorato nell’ambito formativo presso il noviziato di Lezhe e, dopo appena tre anni dal mio arrivo, sono stato chiamato al ministero episcopale, prima come vescovo di Rreshen e amministratore di Lezhe e poi come Arcivescovo di Scutari-Pult.

In diverse occasioni ho avuto modo di descrivere la situazione della nostra Chiesa albanese come quella di una realtà sempre in crescita. Ovviamente, come tutto ciò che cresce, non si può parlare di perfezione ma di impegno. Un impegno, il nostro, che deve fare i conti con le diverse sfide che siamo costretti ad affrontare giorno dopo giorno, prima fra tutte quella della modernità che, se da un lato porta con sé molti aspetti positivi, comporta anche degli elementi che richiedono dai cristiani una certa capacità morale per un sano discernimento.
Purtroppo gli anni della dittatura comunista non hanno permesso uno sviluppo di tale capacità, per cui oggi, oltre a ricuperare quei passi che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha segnato nella storia della Chiesa nelle diverse parti del mondo, oltre all’impegno di trasmissione della fede che non può assolutamente essere tralasciato, dobbiamo anche far fronte al repentino confronto della cultura albanese con quella degli altri Paesi europei verso i quali il nostro popolo guarda e dai quali assume, spesso passivamente, il pensiero e la prassi che i mezzi di comunicazione sociale trasmettono.
Per fortuna si può contare ancora su diversi aspetti positivi della cultura di questo popolo che reggono nonostante tutto ma che, se non vengono valorizzati da parte nostra, rischiano di essere fagocitati dalla cultura dominante.
Dal canto suo la Chiesa che è in Albania può contare oggi su un consistente numero di clero secolare e regolare che, comunque sia, non può dirsi sufficiente a soddisfare la grande sete di Dio che questo popolo manifesta. Buona parte di questo clero è autoctono e il lavoro per la pastorale vocazionale è ben condotto. Molti sono coloro che, fidei donum o missionari, sono sati inviati dalle loro Diocesi o dai loro Istituti religiosi in Albania per collaborare alla rinascita della fede di questo popolo.
Spesso la carenza di clero è sopperita egregiamente dagli Istituti religiosi femminili, il cui zelo missionario è molto apprezzato. Il loro impegno è molto vasto e ricopre molti ambiti della pastorale ordinaria: dalla formazione cristiana alla liturgia, dalle opere di carità all’ambito sanitario.

Ovviamente, come anche in altre parti del mondo, la sfida che oggi interessa tutte le chiese è quella della testimonianza: il movimento missionario mondiale da sempre è stato anche quello che più di altri ha favorito l’ecumenismo “perché il mondo creda”. L’Albania rappresenta un caso unico al mondo per l’interazione tra le fedi cristiane e tra queste con quella musulmana.
C’è da dire che questa situazione è il risultato di secoli di sofferenza, lì dove l’unità del popolo albanese, continuamente messa in pericolo dalle diverse contingenze storiche, ha saputo costruirsi attorno all’identità nazionale piuttosto che attorno ad appartenenze di tipo religioso.
Ad oggi, dopo l’ateismo di stato, la riacquistata appartenenza religiosa è, nella maggior parte dei casi, più uno status che una vera adesione di fede: si è cristiani o musulmani perché appartenenti per tradizione a famiglie di quella fede. Da qui è facile comprendere quanto arduo sia il compito delle diverse fedi di ricostruire un vissuto credente nei singoli e nelle comunità.
In questa direzione vanno gli sforzi per il ricupero della memoria storica e colmare, così, il gap creatosi con la dittatura comunista. Nella mia Diocesi è in atto la realizzazione di un Museo diocesano cha ha proprio il compito di descrivere la storia della presenza cristiana in Albania sin dai tempi di S. Paolo.


Ad ogni modo, le relazioni con la comunità mussulmana sono piuttosto buone: si realizzano anche eventi in comune e ci si rende presenti a quelli organizzati dalle singole parti. Se talvolta si creano tensioni, si cerca di risolverle con il dialogo ed evangelicamente –per quanto ci riguarda- superando le difficoltà con la carità.

La caduta del comunismo, dopo i primi tempi di diffidenza e, al tempo stesso, di apertura alla novità, ha aperto alle relazioni tra il novello Stato albanese con varie sedi diplomatiche di tutto il mondo, incluso il Vaticano. Di passi ne sono stati compiuti tanti in senso reciproco.
Gli eventi poco felici della fine degli anni ’90 hanno maggiormente favorito questo dialogo e l’apprezzamento nei nostri confronti da parte del sistema politico permettendoci così di svolgere liberamente la nostra azione evangelizzatrice.
Da parte nostra non c’è alcun connubio con le forze politiche del Paese, ma il rapporto è improntato proprio sul dialogo; e, in questi ultimi mesi in cui la stretta del governo attorno ai temi della moralizzazione e dell’anticorruzione si va facendo più sentire, lo Stato può trovare in noi un ampio appoggio morale e pratico. Come Conferenza Episcopale, in occasione delle elezioni amministrative locali di giugno 2015 abbiamo prodotto un Documento con il quale abbiamo invitato i fedeli a non votare i corrotti.

La partecipazione dei fedeli alla vita ecclesiale in Albania è ancora molto alta, anche se limitata alla sola vita liturgica e, per quanto riguarda i giovani, anche alle attività formative. Il lavoro con i giovani mira a creare delle comunità vive: speriamo che il tempo e la qualità del nostro impegno nell’oggi porti buoni frutti in questo senso. Non mancano i Movimenti che con le attività proprie della loro spiritualità aiutano a formare comunità vive.
Nel frattempo i frutti si cominciano a vedere: cambiamenti di mentalità in merito alle vecchie pratiche legate al Kanun, ai matrimoni combinati, allo status della donna rispetto all’uomo. Di cammino ce n’è ancora tanto da fare ma mi pare che siamo sulla buona strada.

Il mio desiderio per questa Chiesa è quello di qualunque Pastore per il suo gregge: quello di vederci tutti in cammino come popolo di Dio verso il nostro fine ultimo. Le contingenze sono relative (ingresso nella Comunità europea, aiuti economici e di personale, ecc.): ogni popolo ha da compiere il suo cammino su questa terra, ma ciò che importa è che non perda di vista il suo fine ultimo: il Cielo.