La caduta del regime comunista in Albania ha rappresentato per la Chiesa cattolica una sfida positiva nel lungo cammino della ricostruzione materiale e spirituale del Paese; molte sono state le forze impiegate in questa direzione, eppure il percorso avviato anni fa è solo all’inizio e ogni giorno si presentano nuovi problemi che si aggiungono senza dubbio al numero delle questioni irrisolte.

Ancora una volta – nella grave emergenza provocata dal crollo delle società piramidali, che ha portato il Paese alla più grande povertà – si è dovuto ricominciare tutto da capo, ma questa volta con il pesante fardello di una grande sfiducia nel futuro, soprattutto da parte dei giovani.

Sempre in prima linea, la Chiesa cattolica ha accettato la sfida della ricostruzione umana e materiale di questo Paese, lacerato dalle divisioni interne, dalla povertà strutturale e dalla povertà culturale, in una delle aree politicamente più calde del pianeta; proprio da questa crisi politica e umana possiamo far risalire l’origine della Caritas diocesana di Scutari.

Infatti, un anno prima che la catastrofe umanitaria del Kosovo giungesse sugli schermi televisivi di tutto il mondo, nel silenzio e in un clima di generale incomprensione, la Caritas diocesana affrontò il problema di centinaia di profughi che abbandonavano la loro Patria per sfuggire alla persecuzione.

Pur povera di mezzi, la Caritas  costruì due centri per accogliere queste persone, che non potevano ancora beneficiare della solidarietà internazionale perché la loro tragedia non era conosciuta.

Proprio questi dodici mesi di condivisione con i fratelli kosovari fecero sì che, allo scoppio delle catastrofi umanitarie (giunte agli onori della cronaca), avessimo almeno un’idea di come agire… in realtà la Caritas diocesana era stata riorganizzata da poco e noi eravamo impreparati e privi dell’esperienza necessaria in questo campo.

Nel giro di poche ore, da Kukës cominciarono ad arrivare le prime richieste di cibo, vestiario, coperte… e i primi a rispondere all’appello di queste persone disperate furono gli stessi albanesi. Nonostante la povertà generale, cominciarono ad arrivare uova, pane, vino, e gruppi di giovani si misero a disposizione per aiutare. È stata questa la sorpresa più grande e inattesa: l’albanese povero che, trovandosi di fronte a chi viveva una povertà ancora maggiore della sua, mette a disposizione sé stesso e apre la porta di casa per accogliere i profughi. 

Una delle prime cose da fare – nel caos degli avvenimenti di quei giorni – fu coordinare queste forze: per aiutare i kosovari e incoraggiare gli albanesi; per sostenere i primi gruppi di giovani che cercavano di organizzarsi sotto un nome e in un’organizzazione…; ma stare accanto al povero quando non si ha nulla per rispondere al suo bisogno non è certo facile. Mancava tutto e nella città di Scutari si avvicinava rapidamente l’emergenza sanitaria, causata da un eccessivo sovraffollamento in condizioni di assoluta mancanza di infrastrutture igienico-sanitarie.

Una seconda e consolante realtà è stata la piena collaborazione di tutte le comunità religiose, che hanno dato davvero una testimonianza di fraternità nei fatti: conventi e scuole che si aprivano ai profughi; sacerdoti e suore uniti tutti insieme al servizio del profugo, cattolico o musulmano che fosse.

Sono state esemplari le assemblee diocesane, tenute periodicamente in seminario e presiedute dall’Arcivescovo, in cui non si discuteva più di metodologie catechistiche, ma di come preparare il cibo per migliaia di persone, di come rispondere ai bisogni fisiologici di tante persone o di come animare la vita nei campi: uno dei momenti ecclesiali più forti della Diocesi. Tutto questo avveniva mentre i problemi “normali” dell’Albania non erano diminuiti, ma anzi erano stati aggravati dal sovraffollamento.

Quando giunse la lettera inviata dal Santo Padre con la Benedizione Apostolica sul nostro lavoro e con un contributo economico, la gioia fu grande quanto lo stimolo a continuare il nostro servizio ai fratelli, kosovari o albanesi che fossero. Un altro momento importante fu anche la visita del rappresentante del Papa nella nostra Diocesi.

L’arrivo della solidarietà internazionale portava con sé il rischio di un possibile ritiro delle organizzazioni e delle forze locali economicamente più deboli.

Il primo grande passo qualitativo della Caritas diocesana: sotto la guida dell’Arcivescovo si crea una sorta di consiglio direttivo al quale furono invitati i rappresentanti delle Caritas straniere presenti sul territorio della Diocesi. A tutti fu proposto di unirsi in un fronte comune e di lavorare tutti come espressione della Chiesa locale, coinvolgendo anche coloro che si erano messi a disposizione in precedenza. I confronti periodici con le altre Caritas diocesane albanesi nel Consiglio nazionale costituivano veri momenti di formazione; l’opera della Caritas Albania, sia dal punto di vista logistico e operativo sia da quello propriamente ecclesiale, è stata preziosa.

In modo esemplare Caritas nazionali come quelle di Spagna, Belgio, Austria e Germania, molte Caritas diocesane italiane coordinate da Caritas Italiana, nonché organizzazioni ancora più grandi come il JRS, accettarono di lavorare su un unico fronte con la Caritas diocesana di Scutari (allora Caritas interdiocesana Scutari-Sapa), che quasi potremmo dire “fu costretta a nascere” dall’emergenza.

La forza con cui la Caritas diocesana di Scutari – forte dell’aiuto e della professionalità delle Caritas sorelle, che aiutavano con viveri, denaro, ma soprattutto con l’invio di operatori qualificati – poté diventare un interlocutore credibile e autorevole sia davanti alle Agenzie delle Nazioni Unite sia davanti alle autorità pubbliche albanesi, anch’esse positivamente sorprese dalla risposta della Chiesa cattolica.

Molte Caritas internazionali (a cominciare da quella croata e ceca, dalla Caritas polacca e francese) od organizzazioni ecclesiali (Scout e Azione Cattolica) o non ecclesiali (singoli Comuni e Sindacati) ci hanno permesso in qualche modo di svolgere la nostra opera. Sarebbe impossibile ringraziare tutti senza dimenticare qualcuno; vi sono tuttavia due categorie di persone che abbiamo sentito molto vicine nei momenti più difficili: le suore di clausura e i malati che offrivano le loro sofferenze per il nostro servizio ai profughi…

Il ritorno dei profughi dopo la fine dei bombardamenti cambiò definitivamente la situazione, presentando una sfida nuova e sempre difficile: se da una parte c’era la gioia per il ritorno dei profughi nella loro terra, dall’altra era forte la delusione del popolo albanese, al quale erano state fatte grandi promesse, ma che ora vedeva tutte le organizzazioni spostarsi in Kosovo dimenticando le parole date… e questa rabbia spesso si è trasformata in episodi di violenza e di distruzione dei materiali rimasti nei campi.

Questa critica non è mai stata rivolta alla Caritas diocesana! Infatti, mentre le altre organizzazioni se ne andavano, la Caritas rimase. Tutta la Caritas, perché l’unica Caritas riconosciuta “ufficialmente” era la Caritas diocesana di Scutari; e infatti, se i campi chiudevano, l’opera umanitaria continuava presso i poveri albanesi, che non sono mai mancati.

Tuttavia il ritorno dei profughi kosovari nella loro Patria ci pose davanti a una domanda: come rispondere alla grande generosità che avevamo ricevuto? La risposta fu immediata: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

La fine della guerra è stata in qualche modo inattesa per tutti e, sebbene tutte le organizzazioni tendessero ad andare in Kosovo, nessuna di esse era preparata a farlo; accettammo la sfida e con un gruppo di volontari albanesi, a nome di tutta la Caritas Albania, partimmo per la prima missione fuori dalla Caritas Albania, operando nello stesso tempo anche per i problemi della Diocesi di Scutari.

La missione di Gjakova durò pochi mesi: un tempo sufficiente perché le Caritas sorelle potessero riorganizzare i loro interventi. Dopo aver messo a disposizione tutto il necessario – la conoscenza della cultura e della lingua e l’organizzazione della logistica – tornammo in Albania con il desiderio di compiere un ulteriore passo qualitativo.

In realtà la sfida consisteva nel cambiare radicalmente il tipo di intervento, costruendo un progetto specifico per la realtà albanese; si richiedeva un ripensamento di tutta la Caritas, spesso identificata con un “pacco famiglia” o con un aiuto economico. Era necessario abbandonare la mentalità dell’emergenza, progettando verso la “normalità”.

Prima di tutto è stato necessario un cambiamento del nostro modo di agire (è molto più semplice distribuire pacchi alle famiglie), poi di tutta la Diocesi; infatti si decise di “non accettare deleghe” nell’assistenza ai poveri, ma furono coinvolte tutte le parrocchie e le comunità religiose, perché ciascuna si facesse carico dei poveri della propria comunità; la Caritas ha sostenuto questi sforzi attraverso il coordinamento, mettendo a disposizione tutto ciò che riceveva dalla carità internazionale.

Uno studio approfondito della realtà diocesana ci pose di fronte a realtà poco conosciute, alle quali era necessario cercare di dare una risposta: l’immigrazione interna, l’emigrazione clandestina, la tratta delle donne, la vendetta di sangue, la prostituzione, la disoccupazione…

Ci si rese subito conto che non solo non era possibile rispondere a tutti i bisogni, ma soprattutto che non era questo il nostro compito specifico: dovevamo avere il coraggio di farci aiuto per le istituzioni albanesi, che non erano ancora in grado di dare risposte concrete a problemi gravissimi.

Prima di farlo, però, abbiamo ritenuto necessario definire la nostra precisa identità, che ci permettesse di elaborare una programmazione socio-pastorale con una progettualità specifica.

Perché questo progetto potesse partire, abbiamo proceduto gradualmente: prima di tutto si è deciso di mantenere la collegialità delle decisioni. Infatti, come è sempre avvenuto, il direttore diocesano è stato affiancato da un consiglio direttivo guidato dall’Arcivescovo.

Contemporaneamente, coinvolgendo anche le altre realtà diocesane, ebbe inizio una profonda riflessione che portò all’approvazione dello statuto e all’erezione canonica dell’Ufficio diocesano per la pastorale della carità, con il decreto di nomina ufficiale del direttore e del consiglio direttivo, con mandato triennale e con i seguenti settori:

Direzione e rapporti con l’estero, affidati a un religioso;

Formazione, affidata a un religioso dehoniano;

Emergenza, Cooperazione & Sviluppo, affidati a un laico;

Amministrazione e Programmazione economica, affidate a un frate minore;

Area sociale, affidata a un laico;

Area sanitaria, affidata a una religiosa medico.

Si avvertì subito il bisogno di un confronto frequente tra di noi, lasciando nella memoria storica gli interventi e le riflessioni maturate nel nostro lavoro. Un grande stimolo per noi è stata la presenza periodica dell’Arcivescovo alle riunioni, così come le sue riflessioni riportate nei verbali.

Per redigere un programma socio-pastorale operativo era necessario attualizzare i rapporti con le altre realtà ecclesiali diocesane, esterne e interne, e coinvolgere i laici locali in organizzazioni di volontariato autonome di ispirazione cattolica: “Giustizia e Pace”, “Malteser aiuta l’Albania”, “Kolping Albania”, “Scouts”… tutte organizzazioni indipendenti, che però vedevano nella Caritas diocesana di Scutari un punto di riferimento e uno stimolo per le loro attività.

Iniziarono corsi di formazione professionale per il personale locale che operava nella Caritas, come pure per il personale e i volontari impegnati nelle organizzazioni sopra menzionate.

Un altro passo importante è stata la trasformazione del campo profughi di Arra e Madhe in un centro polivalente e in sede operativa della Caritas diocesana. Il fatto che una parte del centro fosse stata trasformata in un convento di frati minori e resa parrocchia dava un significato forte alla Caritas come espressione della Chiesa locale. Arra e Madhe è forse il quartiere più povero della città di Scutari ed è abitato in modo disordinato da una popolazione scesa dalle montagne; in questo quartiere erano presenti tutte le forme di povertà, fino alle più gravi…

L’esperienza dell’emergenza profughi ci aveva arricchiti di numerosi contatti con le Caritas straniere, che avevano avuto modo di apprezzare il nostro impegno e intendevano continuare la loro opera di sostegno nei nostri confronti. In questo clima di collaborazione nacque il Network Scutari, con alcune priorità ben definite, il cui unico scopo non era  cercare finanziamenti, ma soprattutto essere il luogo in cui discutere degli interventi nella Diocesi, senza sovrapposizioni, cercando le risorse migliori e offrendo così una testimonianza di collaborazione fraterna per un intervento deciso ed efficace della Chiesa. Proprio da questo tipo di collaborazione è nata la specificità della Caritas di Scutari, senza dubbio molto diversa dalle altre, che opera in un ambiente particolare e senza disporre di risorse proprie.

Naturalmente non era possibile rispondere agli appelli che arrivavano da ogni parte; la disponibilità dei mezzi messi a disposizione dalla carità ci ha spesso posto di fronte a nuove responsabilità: sia verso la Diocesi, con una sorta di aiuto agli Uffici pastorali nel cammino di formazione (l’avvio della traduzione dei documenti del Concilio Vaticano II e delle Encicliche del Santo Padre), sia verso la società di cui facciamo parte, attraverso l’aiuto (corsi di formazione professionale, interventi sanitari, assistenza sociale) alle istituzioni albanesi ancora fragili.

È stato necessario stabilire delle priorità, cercando di creare opere specifiche che non potessero essere strumentalizzate in un contesto multireligioso.

Al di là dell’impegno che potremmo definire di “ordinaria amministrazione”, gli interventi specifici che si decise di realizzare furono due: il Progetto Bottega e la Casa della Pace.

Il Progetto Bottega voleva rispondere a due problemi profondi che stavano distruggendo l’Albania: la disoccupazione giovanile e l’emigrazione clandestina. Sia nel primo sia nel secondo caso i giovani rischiano di finire nelle mani della criminalità organizzata, avviandosi verso il traffico di droga, di armi e la prostituzione.

Concretamente il progetto, invece di dare un aiuto economico ai disoccupati, li inserisce in aziende che si impegnano a dare ai giovani una formazione professionale; è il progetto che fornisce ai giovani borse lavoro, con l’accordo che l’azienda si occupi della formazione in modo integrale. Il controllo è affidato a tutor che sono garanzia della formazione. Al termine del ciclo formativo si possono studiare progetti personalizzati per lo sviluppo dell’impresa.

Consapevoli che non è caratteristica della Caritas intervenire in modi così dettagliati e definiti, l’intero progetto, compresi i percorsi formativi dei tutor e delle aziende, è stato affidato al Consorzio delle Cooperative Sociali Polis di Pisa, ente autonomo nato dalla Caritas diocesana di Pisa.

Sebbene più ambizioso, il progetto “Casa della Pace” è quello che a lungo termine lascerà il segno più forte. Infatti la “Casa della Pace”, inserita all’interno del “Villaggio della Pace” sul monte Tarabosh, vuole essere il luogo d’incontro tra culture, etnie e fedi religiose diverse. A pochi chilometri dai confini con il Montenegro e il Kosovo, vuole essere segno di Riconciliazione nei Balcani, che, come è noto, da secoli sono martoriati da guerre fratricide.

Anche il luogo non è stato scelto a caso: una vecchia caserma militare, poi sede della polizia di frontiera, sul lago di Scutari, dove nasce il fiume Buna. Proprio lì da secoli si è stabilita una comunità rom, mai accettata dalla società, che vive in una situazione di povertà al di là di ogni limite umano.

Molte sono ancora le sfide che ci attendono; è quindi necessario portare avanti il processo di professionalizzazione degli interventi, continuando la formazione permanente degli operatori e rafforzando il processo di formazione delle Caritas parrocchiali sulla base dei principi guida:

L’albanese aiuti l’albanese.

L’albanese sia misericordioso con l’albanese.

L’albanese povero aiuti chi è più povero di lui.

Tuttavia è oggettivamente impossibile fare a meno degli aiuti internazionali, prima di tutto delle Chiese sorelle; perciò è necessario mantenere aperto il confronto con le organizzazioni internazionali che sono intervenute sul territorio della nostra Diocesi, coinvolgendone anche altre.

Per questo motivo, cioè per far giungere i messaggi ai donatori, si cercò di sfruttare meglio le tecnologie moderne come internet; infatti in quegli anni esisteva un sito della Caritas diocesana di Scutari. Il primo sito ad experimentum è stato  realizzato da alcune parrocchie tedesche nel 2001 (WWW.HELP-FOR-ALBANIA.ORG), che diede risultati inattesi; aveva lo scopo di collegare e registrare con i rispettivi indirizzi il Progetto Bottega e la Casa della Pace: un sito legato al Network Scutari, che potesse rappresentare quel centro spirituale nel quale sarebbe proseguito il processo di sviluppo e di crescita della Caritas diocesana di Scutari.

Per non dipendere del tutto dagli aiuti esterni, furono formati giovani albanesi con le conoscenze tecniche specifiche necessarie per la gestione dei siti internet: un rafforzamento strutturale, fino a portare le tecnologie moderne a gran parte della popolazione albanese, che potrebbe aprire anche in Albania prospettive inattese. Nonostante le difficoltà, abbiamo ritenuto importante impegnarci in questa direzione.

La volontà della Caritas di Scutari di perfezionarsi nelle tecnologie contemporanee aveva lo scopo di offrire anche alle altre Caritas diocesane albanesi, o persino a tutta la Chiesa cattolica albanese, un servizio con questo tipo di strumenti, sempre più necessari anche nell’opera pastorale dell’evangelizzazione.

L’impegno per la trasmissione delle informazioni attraverso le tecnologie moderne aveva anche un’altra finalità formativa: spesso, parlando dell’Albania (quando siamo fuori dai suoi confini), ci rendiamo conto che è una realtà davvero sconosciuta alla comunità europea; pensavamo che la conoscenza della grande povertà di questo Paese avrebbe reso più facile l’accoglienza dell’emigrante albanese.

La collaborazione con molte Caritas diocesane italiane e la presenza a Scutari di numerosi volontari stranieri hanno portato a una maggiore consapevolezza, soprattutto a livello ecclesiale, della necessità di aiutare questo Paese europeo dimenticato da secoli e da secoli “problema irrisolto” in Europa.

Consapevoli dei nostri limiti, sempre aperti a tutte le collaborazioni possibili, andiamo avanti nel nostro servizio, sperando che le poche opere realizzate e la nostra presenza come realtà albanese possano essere un’autentica testimonianza cristiana nella vita sociale di questo Paese martoriato.