Omelia 26 settembre 2015
Cattedrale in Tirana
Mons. Angelo Massafra

 
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
ad un anno dalla storica Visita Pastorale di Papa Francesco nella nostra terra, la Chiesa che è in Albania si raduna attorno alla mensa della Parola e del Pane di Vita per il dovuto rendimento di grazie al Signore per il dono ricevuto.
Un dono del quale oggi facciamo grata memoria, ma con il desiderio di rinnovare davanti a Dio gli impegni che, come comunità cristiana, ci siamo assunti quando abbiamo promesso al santo Padre di voler accogliere il suo messaggio e le sue indicazioni.
Non avrebbe alcun senso, infatti, il celebrare, il fare memoria se non fosse accompagnato anche da una seria volontà di rendere attuale ciò che si celebra. Noi, dunque, vogliamo oggi richiamare alla nostra mente quegli insegnamenti e ad essi vogliamo aderire col cuore e con la volontà di renderli attuali.
Lo sappiamo bene, e più volte ce lo siamo ripetuto lungo tutto quest’anno, che la Visita di Papa Francesco ci ha “confermati nella fede” (Lc 22,32), ci ha corroborati nella speranza e ci ha spinti ad una più alta carità. In questo modo, egli ha realizzato per noi il desiderio che fu di san Paolo rivolto ai fedeli di Efeso: “edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”.
Ma, come san Paolo, anche il Santo Padre ha realizzato questo desiderio con l’esortazione, affidando a noi il compito di concretizzarlo nei fatti, rendendolo possibile con il nostro impegno quotidiano, nella comunione di intenti tra pastori e popolo cristiano.
Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle la bellezza ma anche le enormi difficoltà legate all’organizzazione di un evento come quello che abbiamo vissuto un anno fa, ma esse sono nulla al confronto con l’impegno personale e comunitario che, quotidianamente, siamo chiamati ad attuare per l’edificazione del Corpo di Cristo, nell’unità della fede e nell’unità della conoscenza del Figlio di Dio.
Infatti, non è per niente facile vivere quest’unità. Tutti abbiamo bisogno di crescere, quali discepoli, alla scuola del Divino Maestro, con tutta umiltà.
Già il Vangelo di domenica scorsa sembrava proprio voler mettere il dito in questa piaga, quando ci richiamava ad una sequela fatta di servizio piuttosto che di ricerca del primo posto. Quando tra i discepoli di Cristo si insinua la tentazione dei primi posti l’unica conseguenza possibile è la “discussione” o, per dirla con l’apostolo san Giacomo, “la guerra”.
Non ci può essere vero discepolato se c’è “discussione” in senso negativo o se c’è “guerra”: queste sono le manifestazioni del nemico della Chiesa, sempre all’opera per distruggere la Redenzione operata da Cristo. È vero: il nemico di Dio non avrà mai la meglio sulla Chiesa di Cristo, ma può mietere molte vittime tra i suoi discepoli.
L’unica arma possibile, cari fratelli e sorelle, è l’umiltà, quella stessa che Cristo ci ha insegnato venendo in mezzo a noi come Colui che serve. Essere membri della Chiesa, essere discepoli di Cristo comporta avere in noi gli stessi suoi sentimenti. È sempre san Paolo a ricordarcelo nella Lettera ai Filippesi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Gesù spogliò se stesso assumendo la condizione di servo… fino alla morte e alla morte di croce.
È qui, nella croce, la vera esaltazione del cristiano. Abbiamo riflettuto su questo mistero solo pochi giorni fa. La croce, accolta in tutta la sua crudezza è l’unica salvezza possibile: essa ci fa crescere perché è quel legno gettato nel mare della vita al quale solo possiamo aggrapparci, è quel ponte che può essere gettato tra due sponde di un burrone per essere attraversato. Quante volte abbiamo sperimentato come dopo una sofferenza si esce più forti, vincitori? Così è anche per la croce che ogni cristiano è chiamato a prendere su di sé per poter andare dietro a Cristo.
Da anni di persecuzione dittatoriale ne è venuta fuori una Chiesa più forte, un giardino fiorito, irrigato dal sangue dei nostri martiri. Questa è la prova più grande che la croce, per quanto dura, porta con sé frutti inaspettati e meravigliosi.
A noi, oggi (questo è il cuore del messaggio di Papa Francesco) il compito di non permettere che questi frutti vadano perduti, ma anzi di darci molto da fare perché con il nostro impegno e con l’offerta delle nostre sofferenze quotidiane, soprattutto l’offerta della nostra umiltà, questo giardino fiorisca ancora di più e produca molto più frutto in termini di buoni cristiani, cittadini impegnati, comunità vive che siano in mezzo a questa generazione sale e luce.
Fratelli e sorelle,
sono questi i propositi e gli auspici che tutti i partecipanti alla I Assemblea Nazionale della nostra Chiesa, che abbimo vissuto a Scutari, nei giorni 18-20 giugno 2015, con il tema: “La gioia del Vangelo: ieri, oggi e domani”.

Nel Vangelo di oggi ci viene offerto un altro insegnamento altrettanto importante e che, come quello di domenica scorsa, è in linea con quanto il Santo Padre ci ha detto venendo in Albania.
L’interrogativo posto dai discepoli: “Abbiamo visto uno che scacciava i demoni... ma non era dei nostri” descrive bene il rigido schematismo dentro cui, loro come noi, vorremmo imprigionare la libertà dello Spirito, che soffia sempre dove e come vuole.
Non siamo noi cristiani i padroni della salvezza, donataci da Cristo. Sia pure avendo responsabilità e modalità diverse in seno alla Chiesa, noi cristiani abbiamo solo il compito di far incontrare, tra di noi e agli altri, con la nostra testimonianza, la nostra parola e le nostre opere, la persona di Cristo.
La consapevolezza della gratuità del dono di Cristo ci obbliga a valorizzare tutto ciò che, nel mondo, fa presagire e manifesta la sua presenza redentrice, perché Cristo, unico ad avere una risposta esauriente all’inquietudine presente nel cuore dell’uomo, può inviare lo Spirito Santo a illuminare il cuore di ogni persona.
Il nostro desiderio più profondo dovrebbe essere quello di Mosè, quando ha esclamato: “Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.
L’auspicio di Papa Francesco di una convivenza pacifica fra le fedi in Albania è anche auspicio di un cammino comune condotto nel riconoscimento di un’unica paternità, quella di Dio.
Il Santo Padre, infine, oltre che con l’esortazione, continua ad indicarci la strada anche con l’esempio di pastore innamorato del suo gregge: lo segue e lo nutre con la Parola, ne cura le infermità con la medicina dell’esortazione, a volte amara, ma efficace, con l’esempio dell’essenzialità di una vita che non bada a sé, quanto alla realizzazione del compito ricevuto.
Dopo aver ricordato più volte di sentirsi oggetto della misericordia di Dio, ha ora indetto un Anno Santo della Misericordia perché tutti possano farne l’esperienza e ritornare al Padre.
Fratelli e sorelle, in conclusione, ritengo che questa stessa celebrazione che ora stiamo vivendo, se non vogliamo che rimanga una sterile autocelebrazione, deve poter aprire i nostri cuori e permetterci di meditare e mettere in pratica gli insegnamenti che abbiamo ricevuto. Riconosciamoci umilmente bisognosi della misericordia del Signore! Se i nostri cuori sono sinceri nel chiederla Egli, che è buono, non ce la negherà. Così anche noi, riconciliati, sapremo essere strumento di misericordia con i nostri fratelli e sorelle, realizzando tutte quelle esigenze, frutto del Vangelo, che le letture di oggi ci hanno indicato e avendo a cuore l’unità.
Grazie, Signore, per questa nuova opportunità che ci offri per rinnovare la nostra adesione a te.
Grazie, Papa Francesco, per il dono della tua Visita Pastorale che ci sprona a volare alto.
Grazie, Chiesa che sei in Albania che accogli lo sprone che oggi ti viene rivolto a vivere la “speranza che non delude”.
A lode di Cristo. Amen.